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domenica 11 maggio 2014

PARIGI UNDERGROUND (per BB)

PARIS UNDERGROUND|quello che le lobby Eurodisney non dicono

PARIS UNDERGROUND :

Quello che le lobby di Eurodisney non dicono


“La Parigi più zozza, dove per zozza non si intende niente di sexy”
“Un sapiente collage di dritte hipster, ricordi post sbronza e citazioni random dalla Lonely Planet 1995″
“E diamole una chance a questa Claire. Sempre meglio dei pacchetti vacanza con badante inclusa”
Ciao compagni di strade, vi va di farci un giro per quelle di Parigi?
Lo prendo per un sì!
 patatecipolle
Si parte dall’11esimo arrondissementdove vi consiglio di trovare un canapé. Risolto il problema pernottamento, in questa zona non avrete problemi a trovare ristoranti simpatici che fanno al caso vostro (20 euri ça va) sia che vogliate sfondarvi di tartare o di sashimi, sia che preferiate la cucina indiana o che vi impuntiate su quella berbera, sia che vi bastino una crêpe e un croque monsieur. Se invece siete celiaci,
COME SEMPRE VI ATTACCATE AL  ci sono molti supermercati con le gallette e tante altre cose senza sapore o consistenza. E pensate un pò, nell’11esimo potete anche proseguire la serata e tornare a casa sbronzi a piedi, perché i locali non vi mancano (più che altro sul genere underground con musica live).
Sveglia alle 11 ci può stare? Armati di baguette, vin et fromage ci piazziamo sulle sponde del Canal St Martin per il nostro brunch zen. Ma siccome non siamo poi così tanto spirituali (e siccome ho detto al mio caporedattore che facevo una guida hipster che magari tirava di più) sganciamo un Vélib‘ e ce ne andiamo pedalando fino alMarais.

martedì 8 ottobre 2013

La Tour Paris 13

\\\ ATTENZIONE!
Quello che non vi hanno ancora detto su La Tour Paris 13 è che sarebbe davvero il caso di arrivare prima dell'orario d'apertura (suggerisco per le 10.30-11) senza dimenticare di portare viveri e acqua, perché probabilmente nel week-end resterete in coda fino a pranzo. Motivo per cui vi conviene andarci in compagnia (così avrete qualcuno con cui sfogarvi o darvi il cambio per andare in bagno). Ve lo raccomanda una che non ha fatto niente di tutto ciò e per questo è rimasta più di 4 ore in piedi senza bere e senza pisciare (con la sola compagnia di Mos Def nelle cuffie). //

Come dice il nome, 
La Tour si trova a Paris 13...
Il 13esimo arrondissement fa pensare un pò a Berlino, perché è pieno di nuove costruzioni ed è un mix di generi e atmosfere, da chinatown agli squats, dai cafés sulla Senna ai grattacieli. Io ci andavo per il corso di teatro, per frugare tra le chinoiseries... ma soprattutto a bere vino negli squats o lungo la Butte-aux-cailles. A proposito, vi dice niente questa via? Dà il nome a una battaglia della Comune di Parigi, e infatti alla Commune è intitolata la piazza che vi si incontra. Un luogo di culto della rivoluzione! Va bè, l'ho fatta un pò lunga per farvi "annusare" che La Tour sorge nel posto giusto.
E adesso entriamo...
9 cazzo di piani!!! E ogni piano ha più stanze, dipinte da cima a fondo da artisti di tutto il mondo. La Tour è una vera esposizione "street": gratuita, senza guardiani all'interno che ti seguono come stalker o che si impolverano sulle loro seggioline. Niente laser, niente vetri di protezione, niente cordini, niente di niente: ti potevi spalmare sui muri se volevi.


Un incredibile inventario di stili, tecniche e codici figurativi fa di questo bâtiment un'enciclopedia della street art. Dallo spray ai gessetti, dall'incisione del legno alla lavorazione della carta, dall'illustrazione alla calligrafia, dagli stencil ai poster, dal writing alle installazioni. Affreschi, vetrate e studi della luce mi hanno fatto pensare che l'arte è eterna anche se cambia forma, o nome.

Il Piano  -così LeGrandJeu ha chiamato l'étage italien- l'ho trovato il più elegante. Nonostante le reazionarie politiche nostrane, la street art Made in Italy continua a fare la sua porca figura. Lo stesso vale per il writing, rappresentato da un maestro come Dado (che da bolognese adottiva non posso non sbandierare).

Morale della favola
Non si può più negare che la street art sia l'arte popolare del nostro tempo. Un'affluenza così vasta e variegata di pubblico parla da sola, o meglio dimostra che la street art è in grado di parlare a tutti. Certo, è la street ad essere così democratica, non il writing. E direi che è cosa buona e giusta! Il writing si vuole come un movimento autoriferito, con i suoi codici e le sue regole di iniziazione ed evoluzione. Nessuno vi aiuterà a riconoscere le lettere, potete starne certi! Non è un caso se i tag lasciati in giro non se li filava nessuno... invece guardate qua che Supe! ---->
  



Il mio weekend underground è proseguito tra l'11esimo e il 20esimo (se non li vedete entrambi, non avete visto Parigi). Ho fatto anche una puntata nella banlieue di Saint Denis per assistere a delle perfomances poco entusiasmanti (ma c'era il vino a un euro, mi hanno ricomprata così!). Purtroppo non ho foto di Saint Denis by night perché la faccia del mio amico diceva "ti prego fammi evitare problemi" e così ho lasciato la macchina in borsa. A proposito di inconvenienti dans la rue, la notte successiva io e le mie amiche l'abbiamo finita in un commissariato di polizia. Ma questa ve la racconto alla prossima puntata!

[Judit, questo post è dedicato a te. Grazie amica mia!]

giovedì 15 marzo 2012

A ruota

E` un periodaccio gente - lo dico sempre? - ma al sole di Piazza 8 Agosto ho trovato una bancarella di vinili, e tanto è bastato a rincuorarmi. Se mai ascolterete nuovi beat hip hop con campioni da "La voglia di sognare" di Ornella, è me che dovete ringraziare! (Il male di vivere è proprio un tema da Claver Gold... vediamo un pò).
Volevo scrivere un post, per il piacere di scrivere un post. Un pò come fumare. E io ho smesso: mi restano i post.



Quando abitavo a Parigi a un certo punto mi ero fissata con i furgoncini dipinti (trucks), ne ho collezionati tanti, quasi tutti brutti, ma mi piaceva cercare di acchiapparli mentre andavano lenti nel traffico (aprire la borsa in fretta, la custodia, tirar fuori la compattina, mandare una raccomandata per dirle che volevo scattare, aspettare, invecchiare e alla fine, finalmente lo scatto). 
Ecco perché qui vedete solo gli esemplari parcheggiati! Eh sì, ci vorrebbe una reflex...
 
Ma in fondo Patate&Cipolle è bello perché ('proletario'?) 'terra-terra', a partire dal nome. Mi è stato detto che un titolo più comunista non lo potevo scegliere (trionfo sotto i baffi!). Scelta quanto mai inopportuna visto che seppellisce il blog sotto l'infinita mole di siti di cucina, ma pazienza, io questo nome volevo! Mi piacciono le patate e mi piacciono le cipolle, per tanti ma tanti di quei motivi che quasi quasi ci faccio un post!

Torniamo ai camioncini. Camioncini di ricordi di una città che ho girato in lungo e in largo, in alto e in basso. E ora? Potrei mettermi a documentare i camioncini italiani... o quelli di Bologna per Boloshitty, ma no, non è uguale (e non se ne vedono tanti!). La fissa è passata, il momento è passato, anche se... l'eterno ritorno avrà un fascino eterno su di me. Va bè.


A Bologna mi sono consolata con gli sticker e i poster (voi writer pensatela come vi pare, ma c'è sticker e sticker!) Ed è arrivata la fissa dei lucchetti. Cara Angela Custode, ovunque tu sia, se mi leggi, mi sono innamorata di te! No, dico, parliamone... 
Bisogna che me la concedi un'intervista prima o poi!


Dopo questa dichiarazione di manìa, vi saluto e stacco. Statemi bene!

sabato 3 dicembre 2011

Se il museo non funziona cerca in strada

Fino a vent’anni fa i Marziani non avevano biblioteche. Inviarono una delegazione sulla terra per esaminare le nostre e istituire, al rientro, un sistema analogo su Marte. Qualcosa però sembra non sia andato per il verso giusto (…) in ciascuna sala di lettura i libri di particolare pregio sono montati su speciali supporti, contro una parete e dietro una grata che tiene i lettori a circa un metro e mezzo di distanza (…) infine non ho capito perché il negozio all’ingresso fa affari d’oro vendendo piccole (e naturalmente illeggibili) riproduzioni in gesso dei libri più amati”. 
Questo è il trip del Professor Rompiglioni [in N. Goodman, Art in theory, art in action, 1984]. Se lo guardiamo da una prospettiva alienata, la struttura del museo al quale ci siamo abituati fa un po’ sorridere. A volte somiglia più ad un carcere, che tiene le opere sotto chiave e trasforma noi visitatori in possibili criminali. Oppure una sorta di protezione testimoni, che però a queste opere-testimoni chiude la bocca. Parlano gli apparati documentari, le etichette, le didascalie, parlano i video esplicativi, parlano le brochures…Ma le opere parlano?


Certo, i musei d'arte contemporanea di ultima tendenza sono più furbi: spesso puoi toccare, interagire, alcune stanze aspettano proprio il tuo arrivo e magari una tua performance... ma qui intendo il museo classico. Madrid, Reina Sofia, stanza di Guernica. Alzi la mano chi ce l'ha fatta a fare una profonda esperienza estetica. Nessun intoppo? Intanto riuscire ad arrivarci davanti al quadro, poi la folla di turisti che dall'altra stanza scatta foto all'impazzata (perché farle da lì è vietato, e c'è l'hostess di guardia a ricordartelo), poi la guida che ripete la stessa litania al suo folto gruppo di discepoli 50enni, poi dei cyborgs con cuffie e strani marchingegni. Tutto molto buffo, o molto finto. Se aggiungiamo matitine e cartoline all'uscita, quasi una Disneyland, ma meno divertente. 


E non è certo colpa di Picasso!

"Un quadro vive in compagnia, dilatandosi e ravvivandosi nello sguardo di un visitatore sensibile. Muore per la stessa ragione" [Mark Rothko, Writings on art].

L'opera d'arte non “funziona” senza di noi, la nostra percezione, la nostra interpretazione. Se stiamo lì a fotografarla come fosse un animale allo zoo, perde il suo spirito, o viceversa noi perdiamo lei. Immaginiamo di uscire dal museo senza perdere la curiosità che ci aveva spinto ad entrarci. La città come un museo a cielo aperto? Meglio: niente catalogazioni, niente biglietti, molte meno regole, file, guide e tanta più casualità, sorpresa. Un saltino da Madrid a PamplonaQuesto è quello che ha visto il mio amico Tek (la sua foto è il primo contributo che Patate&Cipolle riceve, speriamo non sia l'ultimo!). 

Avvistamento del 2007, sulla porta dell'arena di Pamplona, dove in estate termina l'Encierro.

Lasciatemi vivere”. Parla il toro della tradizione spagnola, oggi che le sorti sembrano essersi rovesciate: l'uomo e le sue corride ci sembrano brutali e primitivi, non il toro. Il toro richiede “umanità”, e ci implora uno stop proprio all'entrata. Lo sfondo rosso è perfetto per schizzare un'invettiva alla tradizione. C'è sempre un po' d'amore quando ci si ribella.






Vi lascio con una mia scoperta (scusandomi per la qualità della foto). Un paio d'anni fa ho trovato una Pietà su un muro parigino. Una street version nell'epoca del consumismo, ma non meno potente di quelle conservate nelle chiese o nei musei. Secondo me una composizione classica, che entra a pieno titolo nella tradizione (forse per riderci sopra, meglio ancora). Madonna Coca-cola, Cristo Coca-cola e noi i fedeli. Fidelizzati, ma non ancora persi.


Buon week end. Claire