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mercoledì 24 luglio 2013

Creazina



Sono in uno di quei momenti della vita che non sai come, il tuo corpo fa le cose da sé: tipo si alcolizza, va in giro, vede gente, lavora, scrive, bestemmia, prende treni... Insomma fa tutto il suo dovere anche senza di te. E tu sei un pò perplesso perché dici 'ma com'è possibile che il mio corpo vada avanti anche senza di me??'

Ebbene, il mio corpo ha anche iniziato a collaborare con una webzine veramente interessante: Creazina. Mi fa un pò sorridere perché è una rivista legata allo IED di Roma, mentre io vengo da Via Zamboni 38, ma Creazina mi ha accolto alla grande e già mi sento a casa.

Questo è il primo articolo. Si parla di Squadro, la stamperia d'arte/galleria più figa che c'è.
Anche i ragazzi di Squadro mi hanno accolto alla grande, tanto amore per loro!

Insomma ecco qua, il nostro corpo può fare tante di quelle cose in totale autonomia, come se niente fosse...

Uhm -.- forse adesso comincio a capire gli eventi di questi ultimi mesi, vabè. 

martedì 8 gennaio 2013

Ceci n'est pas une performance



Weeks and Whitford a Palazzo Bembo
Venezia, Performance art week, 15-12-12
Hybrid body - poetic body












Una collana di cuori. Cuori di vacca su raso rosso.
Ma torniamo indietro (sulla soglia) a quell'odore. Vino, cannella forse. L'aria è pesante, dolce... appassita. 

 

Morsi di mela. 

Rose decapitate. 
Giorni di prigionia.

Si è consumato qualcosa qui...

-è sangue quello? 
Un rito d'amore? Fantasmi... i cuori sono fantasmi, eppure puzzano, grondano sangue -non me li immaginavo così i fantasmi. Però credo di sapere cos'è un cuore: è quella parte di me che ama e soffre, la parte goffa e pesante -un cuore più è grande, più è goffo e pesante. Lei se lo rotola sul petto, come fosse il suo orsacchiotto, ma non funziona, non passa. E lui nemmeno la guarda. Non resta che torturarlo, stritolarlo, macerarlo questo cuore, lanciarlo addosso a chi non vuol saperne: Lui.


Lui lavora. Lavora senza sosta. Lui porta le corna. Si sfrega il corno, lui. Un cerchio magico... il luogo sacro dove tutto ha inizio? Ma lei ne è fuori mentre infila i cuori trafitti.                                  Trofei.                                      Come teste d'animale imbalsamate sopra i caminetti. Cadaveri. Un massacro di tacchi a spillo. Pazza, diranno, masochista. Il rifiuto fa più male.
End
 Perché -a mio maldestro parere- quella a cui ho assistito non è una performance (da body art)? Parlo un pò a vanvera, perché non ho visto tutta la serie "wearing the horns", ma direi  perché non c'è vita vera ma rappresentazione simbolica. Un dramma progettato a tavolino, col quale né il pubblico, né il luogo interagiscono significativamente.  Non c'è pericolo di interferenza che non sia lo squillo di un telefonino. Non ci si assume nessun rischio. Certo i cuori sono reali, l'odore e poi il tanfo lo sono. Ma ecco, sembra più del teatro contemporaneo, con una scenografia barocca. 
Troppo artificio può nascondere la verità istintiva e innovativa del corpo. Non vi pare?
Ecco perché avrei voluto vedere lei a Venezia, ma mi è sfuggita!




venerdì 5 ottobre 2012

Doccia sui muri

Mentre nel resto d'Italia il 4 ottobre è S. Francesco, a Bologna è S. Petronio e quindi niente scuola né lavoro.
  Così, visto che dormire ormai mi pare brutto, sono stata a fare un giro a Dozza. Mia madre: "Dov'è che sei? A Doccia?". Eppure il suo orecchio non aveva tutti i torti: questo borgo medievale si è chiamato anche così, per via della scarsità d'acqua dovuta alla posizione isolata (anche oggi ci metti un'ora e mezza di mezzi pubblici con cambio, per raggiungerlo da Bolo).


E a Dozza, dove l'acqua scarseggiava ma di vino ce n'era a volontà, nel 1960 hanno cominciato a dipingere sui muri. E non hanno più smesso. Ogni due anni si tiene infatti la biennale del muro dipinto che ha reso questo paesino un museo a cielo aperto. Dico museo perché certe opere (ahimé) ti danno proprio l'idea di essere banalmente dei "quadri" riprodotti su muro, anziché pensati per il loro supporto. Ma ci sono anche vere e proprie espressioni di muralismo contemporaneo. Non a caso nelle ultime edizioni sono arrivati Cuoghi Corsello, Joys, Karin Andersen etc etc.


Naturalmente, da bravi viaggiatori, non ci siamo fermati al tour dei muri ma ci siamo concessi un bicchiere con partita a carte in osteria, accanto agli immancabili ultrasettantenni del posto. "Come siamo vecchi Dà!" dico al mio ragazzo, e lui "Sì ma di quei vecchi che ho stimato per una vita!".
[La partita l'ho vinta io comunque]






Joys a Toscanella

P.S. Alla piccola osteria del borgo una specialità sono le patate fritte (tagliate grosse, veramente old school). Patate&Cipolle non poteva non apprezzare!



domenica 29 gennaio 2012

EX VOTO

ArteFiera, Bologna, 29 Gennaio 2012

Un'installazione fatta di tanti "dettagli portanti", autonomi, che si rimandano il senso tra loro, bisbigliano e tessono insieme l'atmosfera. Una stanza di donna rovesciata sul muro: la memoria dei suoi bauli, i segreti dei suoi cassetti. Intimità, femminilità, ironia. E' Francesca Martinelli, classe 1978. La sua parete mi ha calamitato, anche perché è molto vicina alla mia sensibilità. Mi ricorda Annette Messager, artista che amo, e le collezioni di Frida Kahlo, la numero uno. Mi sento a casa nel suo mondo, non so voi. Guardateci meglio:
Cominciamo dal cuore con apparecchio ortodontico. Le ruberò l'idea, perché è da un pò che ho in mente di fare una scatoletta messicana con al centro il mio dente del giudizio. Ebbene sì, me l'hanno estratto integro lo scorso giugno, e ho visto bene di riportarlo a casa tutto insanguinato, per poi lavarlo nella varichina. Ora è bianco bianco, e aspetta solo di fare un figurone, con le sue radici giganti. Insomma mi sono detta, perché non aggiungerci anche l'apparecchio mobile di quando ero bambina? Potrei tentare di ricostruire la storia dei miei denti, o meglio la mia storia vista dai denti. In effetti ho avuto non pochi problemini, al punto che quello di perdere i denti, con tanto di gengive, è il mio incubo più ricorrente. Dicono porti male, ma io sono coraggiosa, e continuo a sognarli! 


Veniamo ora al cuore votivo d'argento [a destra, nell'immagine sopra].
Cosa sono gli ex voto? Mettiamo che io abbia un mal di denti terribile e stia per morire. Cosa faccio? Prego! E anche mio marito e  i miei figli pregano per me, mentre il dentista cerca di curarmi. Ora, io miracolosamente guarisco. Che faccio? Faccio un ex voto, cioè un tributo, un simbolo di ringraziamento per la grazia ricevuta (lo faccio fare, e lo porto nella mia chiesa, o nella meta di pellegrinaggio, e lì lo espongo). Sono soprattutto delle tavole, dei piccoli disegni su carta, che ritraggono il momento più brutto: nel mio caso il mal di denti, ma si va dai naufragi alle aggressioni, dai terremoti alla malattia. Ho trovato un paio di siti:
sito 1  sito 2 
Di sicuro i nostri nonni sanno bene di che si tratta. Anche in Messico ne ho visti tanti, Frida Kahlo li collezionava. I disegni sono fantastici, oltre ogni immaginazione, e il fatto che attingano al dato biografico, al dolore e alla paura, alle speranze e alla fede di tante donne e uomini nel corso della storia, me li rende di valore inestimabile. Voi che ne pensate?
A dirla tutta, nell'amore anche un pò di invidia per questo mondo passato, perché se a me capitasse un evento così grande, proprio non saprei chi ringraziare. 
Torniamo al nostro muro, al cassetto dei medicinali, ketamina compresa. Riporto le
 frasi sulla parete: Il vaticano è pieno di topi/Non cantarmi love me tender/Pentimento e turgore/ Anarchica mater natura/Twins siamese 4piedi+4mani+2teste +2vagine/Dove la volpe va a morire troverà il mio cuore infranto/Sono la figlia di briganti assassini fate e contadini/Il patriarca ha perso la testa per un tenero fanciullo imberbe lascia moglie e figli/la volontà del patriarca porta le stoviglie ai piedi/4 gocce di stramonio per non innamor*/specchio specchietto delle mie brame chi è la più bella del reame/3 gocce di ketamina per giacere con s.pietro/salasso tenue...
L'acqua bolle. Vi lascio. Cosa dipingereste sul vostro ex voto?


Post dedicato alla mia mamma che oggi era con me in Fiera.

giovedì 12 gennaio 2012

Sulle ali di Caneda

Caneda, Neda, Cano, sempre di lui parliamo. Writer prima, rapper poi.

Oggi persino animale da museo: da tempo infatti è passato alla tela con grande successo, sia perché i suoi lavori sono davvero interessanti e sia – secondo me - perché critici, galleristi e collezionisti ci vanno a nozze con i talenti di strada. [C’è chi gioca al Warhol con Basquiat, e chi sa bene come far cash. EXIT THROUGH THE GIFT SHOP ha reso alla grande l’idea, e inevitabilmente fomentato ancora di più la moda. Chiusa parentesi].

Proviamo a volare insieme a Caneda, che con le ali è proprio fissato: “L'angelo da un'ala sola”, “La farfalla dalle ali bagnate”, “Icaro”, “Posso volare”, “Non volo più” sono titoli e concept dei suoi brani. Si tratta di ali storpie, ali rovinate, ali che non volano dritto o non ce la fanno ad arrivare abbastanza in alto. In potenza c'è tutto, l'anelito non manca, ma qualcosa è andato storto.
C'est la vie, siamo imperfetti.  

Come Pinocchio. Date un ascolto a La promessa di Pinocchio. Vi piace? Mi ha
 sempre fatto tenerezza questo burattino che vorrebbe ma non ce la fa, e inciampa in promesse più grandi di lui. Gli manca tanto così per diventare vero (ma poi che significa essere un bambino vero?) eppure...
Siamo tutti sulla stessa barca -o meglio, dentro al pescecane: nessuno può indicarci il modello da seguire se la stessa fata turchina, stufa dei propositi di una testa di legno, si è dileguata. Ci fanno sentire asini perché tiriamo ostinati da un’altra parte, e ci vogliono asini, bestie da soma.
Che ne sarà di noi che non siamo legna da ardere, ma che finiremo comunque cenere? Caneda ha detto la sua, cercando di non mentire.

Passiamo alle tele che potete trovare sul sito di Cano16k, insieme a refusi ed errori grammaticali (non diversamente dalla fan page di Facebook). Dispiace, anche se il tocco sporco fa tanto strada.
C'è molto rosso in queste opere, sangue e bagliori di luce, movimento. Simmetrie da test di Rorschach. Informale, action painting. Si definisce figurativo, io direi "concreto". Nel senso che le sue 'figure' non sono state stilizzate, sintetizzate (astratte) ma sono esattamente così come le ha sentite e create. Sono figurative perché c'è comunque un "soggetto". 


Inutile fare rilievi formali perché le foto sono piccole e non ho ancora visto i suoi lavori dal vivo.  Mi soffermo su una serie in particolare, Samara, perché trovo interessante la fonte di ispirazione, cioè il lavoro di Alix Lambert. Il suo documentario Mark of Cain meriterebbe un post a sé [e prima o poi devo farlo un post sul tema delle prigioni]. Dovendo sintetizzare, l'autrice indaga la subcultura dei tatuaggi nelle carceri russe. Sono gli stessi detenuti a spiegare il significato dei simboli sulla loro pelle, a narrarci la loro vita e con essa, quella di un mondo a parte.




Sono stanca, ho la schiena a pezzi e fra qualche ora devo ricominciare a scrivere, ma per "lavoro". Devo proprio buttarmi a letto! Forse ho fatto troppe omissioni, e troppi salti qua e là. Almeno ora non si dirà "Caneda è quello che stava con la Dogo Gang"! 
Fate bei sogni

sabato 3 dicembre 2011

Se il museo non funziona cerca in strada

Fino a vent’anni fa i Marziani non avevano biblioteche. Inviarono una delegazione sulla terra per esaminare le nostre e istituire, al rientro, un sistema analogo su Marte. Qualcosa però sembra non sia andato per il verso giusto (…) in ciascuna sala di lettura i libri di particolare pregio sono montati su speciali supporti, contro una parete e dietro una grata che tiene i lettori a circa un metro e mezzo di distanza (…) infine non ho capito perché il negozio all’ingresso fa affari d’oro vendendo piccole (e naturalmente illeggibili) riproduzioni in gesso dei libri più amati”. 
Questo è il trip del Professor Rompiglioni [in N. Goodman, Art in theory, art in action, 1984]. Se lo guardiamo da una prospettiva alienata, la struttura del museo al quale ci siamo abituati fa un po’ sorridere. A volte somiglia più ad un carcere, che tiene le opere sotto chiave e trasforma noi visitatori in possibili criminali. Oppure una sorta di protezione testimoni, che però a queste opere-testimoni chiude la bocca. Parlano gli apparati documentari, le etichette, le didascalie, parlano i video esplicativi, parlano le brochures…Ma le opere parlano?


Certo, i musei d'arte contemporanea di ultima tendenza sono più furbi: spesso puoi toccare, interagire, alcune stanze aspettano proprio il tuo arrivo e magari una tua performance... ma qui intendo il museo classico. Madrid, Reina Sofia, stanza di Guernica. Alzi la mano chi ce l'ha fatta a fare una profonda esperienza estetica. Nessun intoppo? Intanto riuscire ad arrivarci davanti al quadro, poi la folla di turisti che dall'altra stanza scatta foto all'impazzata (perché farle da lì è vietato, e c'è l'hostess di guardia a ricordartelo), poi la guida che ripete la stessa litania al suo folto gruppo di discepoli 50enni, poi dei cyborgs con cuffie e strani marchingegni. Tutto molto buffo, o molto finto. Se aggiungiamo matitine e cartoline all'uscita, quasi una Disneyland, ma meno divertente. 


E non è certo colpa di Picasso!

"Un quadro vive in compagnia, dilatandosi e ravvivandosi nello sguardo di un visitatore sensibile. Muore per la stessa ragione" [Mark Rothko, Writings on art].

L'opera d'arte non “funziona” senza di noi, la nostra percezione, la nostra interpretazione. Se stiamo lì a fotografarla come fosse un animale allo zoo, perde il suo spirito, o viceversa noi perdiamo lei. Immaginiamo di uscire dal museo senza perdere la curiosità che ci aveva spinto ad entrarci. La città come un museo a cielo aperto? Meglio: niente catalogazioni, niente biglietti, molte meno regole, file, guide e tanta più casualità, sorpresa. Un saltino da Madrid a PamplonaQuesto è quello che ha visto il mio amico Tek (la sua foto è il primo contributo che Patate&Cipolle riceve, speriamo non sia l'ultimo!). 

Avvistamento del 2007, sulla porta dell'arena di Pamplona, dove in estate termina l'Encierro.

Lasciatemi vivere”. Parla il toro della tradizione spagnola, oggi che le sorti sembrano essersi rovesciate: l'uomo e le sue corride ci sembrano brutali e primitivi, non il toro. Il toro richiede “umanità”, e ci implora uno stop proprio all'entrata. Lo sfondo rosso è perfetto per schizzare un'invettiva alla tradizione. C'è sempre un po' d'amore quando ci si ribella.






Vi lascio con una mia scoperta (scusandomi per la qualità della foto). Un paio d'anni fa ho trovato una Pietà su un muro parigino. Una street version nell'epoca del consumismo, ma non meno potente di quelle conservate nelle chiese o nei musei. Secondo me una composizione classica, che entra a pieno titolo nella tradizione (forse per riderci sopra, meglio ancora). Madonna Coca-cola, Cristo Coca-cola e noi i fedeli. Fidelizzati, ma non ancora persi.


Buon week end. Claire