PREMETTO che l'arte è la mia più grande passione da sempre. L'ho fatta diventare il mio percorso di studi, la meta dei miei viaggi, il primo dei miei interessi e l'argomento centrale delle mie conversazioni. Ultimamente mi sono dedicata alla street art e ai graffiti (pur riconoscendo che questi fenomeni sono già in fase di sputtanamento) perché mi irrita lo status del mondo dell'arte, e ancora di più l'atmosfera delle gallerie d'arte contemporanea. Perché vicino a me vedevo sempre snob fuori dal mondo, con vestiti che costavano più delle opere (già sopravvalutate da logiche commerciali).
Va aggiunto che nel frattempo mi ero innamorata di un rapper underground, e da lì ho imparato a conoscere ed apprezzare un tipo di hip hop, certo non quello che si vede in tv (il buongusto non l'ho ancora perso, e nemmeno il femminismo).
Ecco perché l'evento che sto per raccontarvi mi ha disgustato due volte...
Jay-Z e Marina Abramovic. Cavoli e nutella, sneakers col tacco, Fabio Volo che fa filosofia, sono tutte coppie ossimoriche che mi stanno frullando in testa per cercare di descrivere il fenomeno e l'effetto che mi fa. Ma perché oggigiorno finisce tutto in trashata? Perché bisogna sempre STRAfare?
E` la morte della performance, qualcuno ha detto. Pure quella dell'hip hop se vogliamo, che ormai è un gioco di imprenditoria, e con la storia del fagoCitare (i produttori campionando vecchia musica, i writer con i puppets, gli mc rimando sulla tradizione letteraria) si è finito per esagerare, cioè per sminuire tutto. Voglio dire: può essere tutto molto figo, ma devi farlo bene. Lo devi aver letto un libro prima di citarlo. La dovresti conoscere l'arte prima di comprarla o di farci sopra una pagliacciata.
Che poi il postmoderno è finito da un pezzo.
La tradizione della performance era una cosa seria, non una trovata da guerrilla marketing per vendere più copie. La performance non è uno spettacolo come i concerti di jay-z, ma l'esatto contrario: un'azione autentica nel mondo reale.
Che poi eravate voi rapper a ripetere "keep it real".
Insomma a me sembra che con quei goffi passetti, Marina e Jay abbiano danzato una penosa danza della morte al ritmo di Picasso Baby (è questo il titolo del brano, e nel testo ci sono più nomi di artisti che parole di senso compiuto). Alla faccia della realtà, Jay-Z ha cantato persino in playback... di performativo se vuoi c'era la durata: 6 ore di spaccamento di palle.
Questo senso di morte riporta la mia mente al video di sensibilizzazione di Mos Def . Ok sarò di parte, visto che preferisco 1000 volte Yasiin Bey a Jay-Z, ma almeno dobbiamo riconoscere che qui c'è un messaggio da comunicare, una realtà nuda e cruda da denunciare: i detenuti in sciopero della fame a Guantanamo e l'atrocità dell'alimentazione forzata.
La differenza tra le performance dei due rapper starebbe solo nel loro posizionamento commerciale? Uno per i fighetti amanti di Keith Haring e delle Louis Vuitton, e l'altro per un pubblico più conscious, Marx in mano ed espadrillas ai piedi? A voler essere cinici si può anche vederla così, ma intanto TECNICAMENTE quella di Mos Def rispetta di più i canoni della performance. Per cominciare si è davvero fatto infilare un tubo su per il naso. Se poi il suo pianto fosse vero non posso azzardare a dirlo, visto che il rapper è diventato un attore professionista. Ma qui, ripeto, c'è lo shock della realtà. Questo video ti dice "svegliati" anzi ti dà proprio uno schiaffetto. Cosa c'è dietro all'ambaradan di Jay-z? Un geniale imprenditore senza dubbio. E il nulla, fotografato e filmato a ripetizione. Se vogliamo vedere l'opera d'arte, dobbiamo concentrarci sul pubblico e i loro smartphone. L'opera allora sarebbe l'insieme dei filmati prodotti e riprodotti dagli stessi telefoni che magari hanno scaricato in anteprima l'album di jay-z, divenuto disco di platino prima ancora di uscire, grazie ad un accordo milionario con samsung. Jay-z ha cavalcato l'era degli smartphone e della pirateria: questa se vuoi è la sua performance invisibile. E questo articoletto di periferia entra a tutti gli effetti nella sua grande opera relazionale (tutto è pianificato e ben accetto, purché se ne parli, purché si venda).
Jay-Z vaffanculo a te.
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giovedì 11 luglio 2013
sabato 3 dicembre 2011
Se il museo non funziona cerca in strada
“Fino a vent’anni fa i Marziani non avevano biblioteche. Inviarono una delegazione sulla terra per esaminare le nostre e istituire, al rientro, un sistema analogo su Marte. Qualcosa però sembra non sia andato per il verso giusto (…) in ciascuna sala di lettura i libri di particolare pregio sono montati su speciali supporti, contro una parete e dietro una grata che tiene i lettori a circa un metro e mezzo di distanza (…) infine non ho capito perché il negozio all’ingresso fa affari d’oro vendendo piccole (e naturalmente illeggibili) riproduzioni in gesso dei libri più amati”.
Questo è il trip del Professor Rompiglioni [in N. Goodman, Art in theory, art in action, 1984]. Se lo guardiamo da una prospettiva alienata, la struttura del museo al quale ci siamo abituati fa un po’ sorridere. A volte somiglia più ad un carcere, che tiene le opere sotto chiave e trasforma noi visitatori in possibili criminali. Oppure una sorta di protezione testimoni, che però a queste opere-testimoni chiude la bocca. Parlano gli apparati documentari, le etichette, le didascalie, parlano i video esplicativi, parlano le brochures…Ma le opere parlano?
Certo, i musei d'arte contemporanea di ultima tendenza sono più furbi: spesso puoi toccare, interagire, alcune stanze aspettano proprio il tuo arrivo e magari una tua performance... ma qui intendo il museo classico. Madrid, Reina Sofia, stanza di Guernica. Alzi la mano chi ce l'ha fatta a fare una profonda esperienza estetica. Nessun intoppo? Intanto riuscire ad arrivarci davanti al quadro, poi la folla di turisti che dall'altra stanza scatta foto all'impazzata (perché farle da lì è vietato, e c'è l'hostess di guardia a ricordartelo), poi la guida che ripete la stessa litania al suo folto gruppo di discepoli 50enni, poi dei cyborgs con cuffie e strani marchingegni. Tutto molto buffo, o molto finto. Se aggiungiamo matitine e cartoline all'uscita, quasi una Disneyland, ma meno divertente.
Vi lascio con una mia scoperta (scusandomi per la qualità della foto). Un paio d'anni fa ho trovato una Pietà su un muro parigino. Una street version nell'epoca del consumismo, ma non meno potente di quelle conservate nelle chiese o nei musei. Secondo me una composizione classica, che entra a pieno titolo nella tradizione (forse per riderci sopra, meglio ancora). Madonna Coca-cola, Cristo Coca-cola e noi i fedeli. Fidelizzati, ma non ancora persi.
Questo è il trip del Professor Rompiglioni [in N. Goodman, Art in theory, art in action, 1984]. Se lo guardiamo da una prospettiva alienata, la struttura del museo al quale ci siamo abituati fa un po’ sorridere. A volte somiglia più ad un carcere, che tiene le opere sotto chiave e trasforma noi visitatori in possibili criminali. Oppure una sorta di protezione testimoni, che però a queste opere-testimoni chiude la bocca. Parlano gli apparati documentari, le etichette, le didascalie, parlano i video esplicativi, parlano le brochures…Ma le opere parlano?
Certo, i musei d'arte contemporanea di ultima tendenza sono più furbi: spesso puoi toccare, interagire, alcune stanze aspettano proprio il tuo arrivo e magari una tua performance... ma qui intendo il museo classico. Madrid, Reina Sofia, stanza di Guernica. Alzi la mano chi ce l'ha fatta a fare una profonda esperienza estetica. Nessun intoppo? Intanto riuscire ad arrivarci davanti al quadro, poi la folla di turisti che dall'altra stanza scatta foto all'impazzata (perché farle da lì è vietato, e c'è l'hostess di guardia a ricordartelo), poi la guida che ripete la stessa litania al suo folto gruppo di discepoli 50enni, poi dei cyborgs con cuffie e strani marchingegni. Tutto molto buffo, o molto finto. Se aggiungiamo matitine e cartoline all'uscita, quasi una Disneyland, ma meno divertente.
E non è certo colpa di Picasso!
"Un quadro vive in compagnia, dilatandosi e ravvivandosi nello sguardo di un visitatore sensibile. Muore per la stessa ragione" [Mark Rothko, Writings on art].
L'opera d'arte non “funziona” senza di noi, la nostra percezione, la nostra interpretazione. Se stiamo lì a fotografarla come fosse un animale allo zoo, perde il suo spirito, o viceversa noi perdiamo lei. Immaginiamo di uscire dal museo senza perdere la curiosità che ci aveva spinto ad entrarci. La città come un museo a cielo aperto? Meglio: niente catalogazioni, niente biglietti, molte meno regole, file, guide e tanta più casualità, sorpresa. Un saltino da Madrid a Pamplona. Questo è quello che ha visto il mio amico Tek (la sua foto è il primo contributo che Patate&Cipolle riceve, speriamo non sia l'ultimo!).
“ Lasciatemi vivere”. Parla il toro della tradizione spagnola, oggi che le sorti sembrano essersi rovesciate: l'uomo e le sue corride ci sembrano brutali e primitivi, non il toro. Il toro richiede “umanità”, e ci implora uno stop proprio all'entrata. Lo sfondo rosso è perfetto per schizzare un'invettiva alla tradizione. C'è sempre un po' d'amore quando ci si ribella.
Buon week end. Claire
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