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martedì 17 marzo 2015

Tentativo di evasione | Street Art sui muri del carcere


"...Le radici degli alberi stanno già penetrando nell'ossatura dell'imbarcazione, fra poco non serviranno più queste vele issate, basterà che il vento soffi tra le cime degli alberi e porti la caravella verso la meta. E' una foresta che naviga e si mantiene in equilibrio sopra le onde..." 
J. Saramago, Il racconto dell'Isola Sconosciuta
                                      

L'autore di questa singolare imbarcazione è Andrea Tarli (classe 1973) un artista visivo che ama cambiare mezzo senza cambiare mestiere, passando dalle tele alle illustrazioni e ai video, fino ad approdare ai muri. Ma quello di cui vi sto per parlarvi qui è un muro più muro degli altri, perché è il muro di un carcere (quello di Ascoli Piceno). 


Prima però vi faccio una domanda! Avete presente quegli spazi "che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l'insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano" ? Ecco, questi spazi 'altri' sono quelli che Foucault chiama Eterotopie.

In questo senso il carcere è un'eterotopia. Dentro le sue mura vigono altre leggi e la vita reale è come sospesa. Perfino il tempo sembra un altro: fuori la vita scorre, le persone a cui vuoi bene continuano la loro vita e tu sei come bloccato lì, a ripetere tutti i giorni della settimana lo stesso penoso rituale. I carceri sono sul pianera Terra (anche perché li abbiamo inventati noi umani) ma in fondo sembrano stare in un'altra dimensione. 


E sentite qua, è ancora Foucault a guidarci dal carcere alla nostra imbarcazione:
"Se si pensa che dopotutto un battello è un frammento di spazio galleggiante, un luogo senza luogo che è affidato al contempo all'infinità del mare e che, di porto in porto …da una casa chiusa all'altra, si spinge fino alle colonie per cercare ciò che esse nascondono di più prezioso nei loro giardini, voi comprendete perché il battello è stato per la nostra cultura non solo il più grande strumento dello sviluppo economico, ma anche la riserva più grande dell'immaginazione. Il naviglio è l'eterotopia per eccellenza. Nelle civiltà senza battelli i sogni inaridiscono, lo spionaggio rimpiazza l'avventura, e la polizia i corsari "
Foucault, Dits et écrits

Allora arriviamo all'operazione dell'artista ascolano: con l'aiuto dei detenuti, Andrea ha rimpiazzato l'eterotopia del carcere con l'eterotopia della nave, per sfondare il muro e tentare un'evasione. Se state pensando che questa caravella fiabesca sia troppo buonista per un carcere 

(ebbene sì, vi leggo nella mente!)

allora fatemi ricordare chi sono i primi spettatori di quest'opera: sono i bambini che vengono a trovare i loro genitori. Bambini che saranno già abbastanza incazzati nella vita adulta e che probabilmente dovranno fare i conti con tanta di quella rabbia repressa che non c'e' bisogno che li fomentiamo anche noi. Lasciamoli evadere e prendere il largo con la loro nave-isola!


Prendere il largo verso...?

Il racconto di Saramago, da cui l'artista ha preso ispirazione per dipingere la sua caravella di fuga, si conclude col battesimo dell'imbarcazione che fino ad allora non aveva nome. Il nome che viene dipinto sulla prua è Isola Sconosciuta, lasciando intendere che quello che si andava tanto cercando -la meta- era con noi fin dal punto di partenza, era il viaggio stesso. 
"L'isola sconosciuta prese infine il mare, alla ricerca di sé stessa".




Curiosità:

Andrea ha anche illustrato la copertina di un disco rap (Penthotal dei Fog Prison). E il progetto grafico l'ha curato Davide Scarpantonio, il mio graphic designer preferito nonché l'autore del lettering di Patate&Cipolle.
Tra l'altro da bambina giocavo con la tipa ritratta in copertina (ciao Martina!)



Alla prossima cari ascolani e non
Stavolta mi firmo Chiara :-)

giovedì 11 luglio 2013

Picasso baby vs Guantanamo bay

PREMETTO che l'arte è la mia più grande passione da sempre. L'ho fatta diventare il mio percorso di studi, la meta dei miei viaggi, il primo dei miei interessi e l'argomento centrale delle mie conversazioni. Ultimamente mi sono dedicata alla street art e ai graffiti (pur riconoscendo che questi fenomeni sono già in fase di sputtanamento) perché mi irrita lo status del mondo dell'arte, e ancora di più l'atmosfera delle gallerie d'arte contemporanea. Perché vicino a me vedevo sempre snob fuori dal mondo, con vestiti che costavano più delle opere (già sopravvalutate da logiche commerciali).
Va aggiunto che nel frattempo mi ero innamorata di un rapper underground, e da lì ho imparato a conoscere ed apprezzare un tipo di hip hop, certo non quello che si vede in tv (il buongusto non l'ho ancora perso, e nemmeno il femminismo).

Ecco perché l'evento che sto per raccontarvi mi ha disgustato due volte...
Jay-Z e Marina Abramovic. Cavoli e nutella, sneakers col tacco, Fabio Volo che fa filosofia, sono tutte coppie ossimoriche che mi stanno frullando in testa per cercare di descrivere il fenomeno e l'effetto che mi fa. Ma perché oggigiorno finisce tutto in trashata? Perché bisogna sempre STRAfare?

E` la morte della performance, qualcuno ha detto. Pure quella dell'hip hop se vogliamo, che ormai è un gioco di imprenditoria, e con la storia del fagoCitare (i produttori campionando vecchia musica, i writer con i puppets, gli mc rimando sulla tradizione letteraria) si è finito per esagerare, cioè per sminuire tutto. Voglio dire: può essere tutto molto figo, ma devi farlo bene. Lo devi aver letto un libro prima di citarlo. La dovresti conoscere l'arte prima di comprarla o di farci sopra una pagliacciata.

Che poi il postmoderno è finito da un pezzo.

La tradizione della performance era una cosa seria, non una trovata da guerrilla marketing per vendere più copie. La performance non è uno spettacolo come i concerti di jay-z, ma l'esatto contrario: un'azione autentica nel mondo reale.

Che poi eravate voi rapper a ripetere "keep it real".

Insomma a me sembra che con quei goffi passetti, Marina e Jay abbiano danzato una penosa danza della morte al ritmo di Picasso Baby (è questo il titolo del brano, e nel testo ci sono più nomi di artisti che parole di senso compiuto). Alla faccia della realtà, Jay-Z ha cantato persino in playback... di performativo se vuoi c'era la durata: 6 ore di spaccamento di palle.

Questo senso di morte riporta la mia mente al video di sensibilizzazione di Mos Def . Ok sarò di parte, visto che preferisco 1000 volte Yasiin Bey a Jay-Z, ma almeno dobbiamo riconoscere che qui c'è un messaggio da comunicare, una realtà nuda e cruda da denunciare: i detenuti in sciopero della fame a Guantanamo e l'atrocità dell'alimentazione forzata.

La differenza tra le performance dei due rapper starebbe solo nel loro posizionamento commerciale? Uno per i fighetti amanti di Keith Haring e delle Louis Vuitton, e l'altro per un pubblico più conscious, Marx in mano ed espadrillas ai piedi? A voler essere cinici si può anche vederla così, ma intanto TECNICAMENTE quella di Mos Def rispetta di più i canoni della performance. Per cominciare si è davvero fatto infilare un tubo su per il naso. Se poi il suo pianto fosse vero non posso azzardare a dirlo, visto che il rapper è diventato un attore professionista. Ma qui, ripeto, c'è lo shock della realtà. Questo video ti dice "svegliati" anzi ti dà proprio uno schiaffetto. Cosa c'è dietro all'ambaradan di Jay-z? Un geniale imprenditore senza dubbio. E il nulla, fotografato e filmato a ripetizione. Se vogliamo vedere l'opera d'arte, dobbiamo concentrarci sul pubblico e i loro smartphone. L'opera allora sarebbe l'insieme dei filmati prodotti e riprodotti dagli stessi telefoni che magari hanno scaricato in anteprima l'album di jay-z, divenuto disco di platino prima ancora di uscire, grazie ad un accordo milionario con samsung. Jay-z ha cavalcato l'era degli smartphone e della pirateria: questa se vuoi è la sua performance invisibile. E questo articoletto di periferia entra a tutti gli effetti nella sua grande opera relazionale (tutto è pianificato e ben accetto, purché se ne parli, purché si venda).
 Jay-Z vaffanculo a te.

domenica 21 ottobre 2012

ZEF

Zef secondo i Die Antwoord 
"Die antwoord are a fre$, futuristik, flame-throw-flow-freeking,
 zef, rap-rave krew from da dark dangerous depths of Afrika"

A quanto ho capito la parola zef è più o meno l'equivalente afrikaans di kitsch

I Die antwoord (in afrikaans: La risposta) sono un gruppo che ha decisamente saputo farsi notare. I tre (2 vocalist identificati e un produttore misterioso) vengono dal Sud Africa (un po' come tutti noi, visto che i nostri bis bis...bisnonni habilis e sapiens sapiens erano di lì). 

Quanto all'afrikaans (lingua in cui la band scrive, insieme all'inglese) è in un certo senso un pastiche linguistico che si è formato a partire da dialetti olandesi, il parto meticcio di un lungo processo di colonizzazioni.
La parola zef viene dalla contrazione di Ford Zephyr, l'auto più usata dalla classe operaia bianca tra gli anni '60 e '70 (per questo qualcuno la traduce con popolare o comune).
Ad ogni modo il termine, una volta preso in prestito dal gruppo, si è caricato di un'ulteriore valenza estetico-culturale, dando nome a un movimento, uno stile.
Zef is..
 Ninja: "South African slang term that describes a unique South African style which is modern and trashy and also includes out-of-date, discarded cultural and style elements"
Yolandi: "It's associated with people who soup their cars up and rock gold and shit. Zef is, you're poor but you're fancy. You're poor but you're sexy, you've got style."
Jack Parrow: "It's kind of like Posh, but the opposite of Posh"
un'ispirazione: la fotografia di Roger Ballen
Quello che colpisce dei Die antwoord non è (sol)tanto il genere musicale, quanto l'estetica nel suo complesso. Il loro zef è kitsch, freak,  pop, hip-hop, rave, street, hardcore, trash, fashion, horror, cartoon e chi più ne trova, più ne goda. 
I video sono davvero una componente essenziale dei loro brani, e infatti è il gruppo stesso a idearli.

Leon Botha (4 giugno 1986 - 5 giugno 2011)
In particolare Ninja non è solo un rapper e produttore attivo dal '95, ma anche un artista visivo. Ha codiretto molti dei videoclip, curando persino costumi, body painting e coreografie. Suoi anche graffiti e ambientazioni. Suo stretto collaboratore è stato l'artista connazionale L.E.O.N. (learning element of nature), presente anche nel video Enter the ninja, scomparso nel 2011 all'età "mentale" di 26 anni (era affetto dalla Progeria).
Evil boy




Cosa vi sembra questo zef? Banale postmoderno o un genuino local kitsch? Una controcultura o una montatura? Siamo così abituati al pubblicitario, che ormai tutto ci sembra fatto ad arte, artefatto. Ma certo è che il miscuglio (di culture, stili, lingue...) è la reale condizione contemporanea - del Sud Africa per motivi storici, ma anche di tutti noi che se non altro viviamo e ci nutriamo in rete.




Vi saluto con due riferimenti: 
1) Questa è l'opera che ha ispirato la scena della visita ginecologica di Lady Gaga in Fatty boom boomE` di un illustratore sudafricano, Anton Kannemeyer, anche lui non poco provocatore.


2) Visto che abbiamo già trattato di tatuaggi che hanno un senso (anche se poi questo blog viene trovato su google quando cerchi "tattoo ali d'angelo", che tristezza!) spendiamo due parole sui tatuaggi di Ninja. Guardatevi questo documentario sulla gang Numbers, girato in un carcere sudafricano. I tatuaggi del rapper ricalcano lo stile gangster (come se già non facesse abbastanza paura).


Piaciuto?

lunedì 21 maggio 2012

La prigione del corpo

Rieccoci. Dopo lunga assenza. Con un argomento peso!

Spirale di merda umana, dal film Hunger

La tradizione occidentale ha pensato a lungo il corpo come prigione/tomba dell'anima. E la prigione del corpo? Qui è di quella che si parla -ma poi non è la stessa? Che significa il carcere per il corpo, se partiamo da una prospettiva complessa (se rifiutiamo innanzitutto il dualismo mente-corpo)?

 [L'ho già fatta troppo pesante?!]




Cominciamo da qui, dall'idea che non c'è un corpovuoto-hardware né una menteastratta-software, e cerchiamo di lasciar emergere un'unica realtà: l'organismoviventenelsuoambiente. 

 Bobby Sands (M. Fassbender) si rolla la Bibbia
Banalizziamo: io sono anche il mio mal di denti. Il disordine di casa mia influenza il mio stato d'animo. Se per camminare uso un bastone, il mondo per me comincia all'estremità del bastone. Generalizziamo: Da dove vengono i primi concetti? Percezione, sensazione... comincia tutto con un corpo (sistema nervoso etc) che interagisce con un ambiente - tutt'altro che inerte -.

[Qual è il punto?]

Un pò di tempo fa sono andata al cinema a vedere Hunger, l'opera prima di Steve McQueen (non quello Steve McQueen, un altro). Ecco il motivo di tutta sta pippa. Mi è piaciuto ASSAI, ma niente recensioni... lo prendo come spunto. In questo film ci sono corpi dentro le prigioni. L'avevo detto che facevo un post sulle prigioni

J. Beuys, I like America and America likes me, 1974
Cosa c'è dentro il carcere di Maze? Non solo corpi, ma idee, non solo pensieri ma escrementi e sangue. C'è l'eredita della body art, delle performance più dure, di quelle che ti risvegliano a schiaffi dal sonno percettivo - avete presente Marina Abramovic? O l'azionismo viennese o Gina Pane o...? Le coperte dei detenuti mi facevano pensare persino al feltro di Beuys. 
Ma dentro al carcere di Steve Mc Queen, come in ogni carcere che si rispetti, c'è anche Foucault, c'è il corpo come strumento del potere, strumento da piegare al potere, il corpo bersaglio, passivo. E c'è Il corpo come strumento di lotta e resistenza al potere, il corpo arma, attivo. Un dispositivo ben più complesso e raffinato di qualunque macchina da presa. 

[Bam Bam di manganelli...]


Io mi sentivo angosciata e oppressa, tutt'a un tratto ero a carne scoperta, dopo una giornata da mummia, e il cinema era diventato un pò il mio carcere. Empatia. Recenti studi neuroscientifici sembrano dimostrare che anche la percezione "indiretta" di una sensazione esperita da altri, determina l'attivazione in noi delle stesse strutture nervose (neuroni specchio) coinvolte nell'esperienza in prima persona. Non la facciamo lunga, facciamo un esempio: guardare Lord Bean che scrive. Comprendiamo e ci gustiamo (o soffriamo) le azioni degli altri, un pò perché le "riviviamo" in noi, anche a livello di attivazione neuronale. Ebbene, l'arte arriva sempre prima - il teatro sull'empatia ci si fonda, oserei dire.


Attraverso lo sguardo di Steve McQueen assistiamo alla Passione di questo Cristo, bello come un dio, e maledettamente bravo. Esploriamo il suo interno, le sue secrezioni, la superficie della sua pelle che documenta sofferenza e tenacia. Sciopero dell'igiene, sciopero della fame, agonia, morte. Arte del corpo o della mente?  


Il punto è... quando riesci a raccontare una storia vera in tutta la sua crudezza e nudità, facendo emergere al contempo un mondo simbolico così vasto, sullo sfondo di una così personale e, diciamolo, elegante visione estetica... allora devi proprio essere quello che chiamano un artista!
E bisogna farsi spettatori totali, per un'opera d'arte totale. Ricominciando, forse, dai sensi?

[Nelle prigioni italiane il suicidio è la prima causa di mortalità tra i detenuti. Anche qui il corpo ci parla e la dice lunga.]


giovedì 12 gennaio 2012

Sulle ali di Caneda

Caneda, Neda, Cano, sempre di lui parliamo. Writer prima, rapper poi.

Oggi persino animale da museo: da tempo infatti è passato alla tela con grande successo, sia perché i suoi lavori sono davvero interessanti e sia – secondo me - perché critici, galleristi e collezionisti ci vanno a nozze con i talenti di strada. [C’è chi gioca al Warhol con Basquiat, e chi sa bene come far cash. EXIT THROUGH THE GIFT SHOP ha reso alla grande l’idea, e inevitabilmente fomentato ancora di più la moda. Chiusa parentesi].

Proviamo a volare insieme a Caneda, che con le ali è proprio fissato: “L'angelo da un'ala sola”, “La farfalla dalle ali bagnate”, “Icaro”, “Posso volare”, “Non volo più” sono titoli e concept dei suoi brani. Si tratta di ali storpie, ali rovinate, ali che non volano dritto o non ce la fanno ad arrivare abbastanza in alto. In potenza c'è tutto, l'anelito non manca, ma qualcosa è andato storto.
C'est la vie, siamo imperfetti.  

Come Pinocchio. Date un ascolto a La promessa di Pinocchio. Vi piace? Mi ha
 sempre fatto tenerezza questo burattino che vorrebbe ma non ce la fa, e inciampa in promesse più grandi di lui. Gli manca tanto così per diventare vero (ma poi che significa essere un bambino vero?) eppure...
Siamo tutti sulla stessa barca -o meglio, dentro al pescecane: nessuno può indicarci il modello da seguire se la stessa fata turchina, stufa dei propositi di una testa di legno, si è dileguata. Ci fanno sentire asini perché tiriamo ostinati da un’altra parte, e ci vogliono asini, bestie da soma.
Che ne sarà di noi che non siamo legna da ardere, ma che finiremo comunque cenere? Caneda ha detto la sua, cercando di non mentire.

Passiamo alle tele che potete trovare sul sito di Cano16k, insieme a refusi ed errori grammaticali (non diversamente dalla fan page di Facebook). Dispiace, anche se il tocco sporco fa tanto strada.
C'è molto rosso in queste opere, sangue e bagliori di luce, movimento. Simmetrie da test di Rorschach. Informale, action painting. Si definisce figurativo, io direi "concreto". Nel senso che le sue 'figure' non sono state stilizzate, sintetizzate (astratte) ma sono esattamente così come le ha sentite e create. Sono figurative perché c'è comunque un "soggetto". 


Inutile fare rilievi formali perché le foto sono piccole e non ho ancora visto i suoi lavori dal vivo.  Mi soffermo su una serie in particolare, Samara, perché trovo interessante la fonte di ispirazione, cioè il lavoro di Alix Lambert. Il suo documentario Mark of Cain meriterebbe un post a sé [e prima o poi devo farlo un post sul tema delle prigioni]. Dovendo sintetizzare, l'autrice indaga la subcultura dei tatuaggi nelle carceri russe. Sono gli stessi detenuti a spiegare il significato dei simboli sulla loro pelle, a narrarci la loro vita e con essa, quella di un mondo a parte.




Sono stanca, ho la schiena a pezzi e fra qualche ora devo ricominciare a scrivere, ma per "lavoro". Devo proprio buttarmi a letto! Forse ho fatto troppe omissioni, e troppi salti qua e là. Almeno ora non si dirà "Caneda è quello che stava con la Dogo Gang"! 
Fate bei sogni