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martedì 3 giugno 2014

Le fashion bloggers italiane non sanno quel che fanno

Scrivere questo post era quasi un dovere civile, o almeno uno scrupolo deontologico, perché dovete sapere che:

Ogni volta che una figlia di papà apre un fashion blog, un filosofo muore. 
(o si tappa il naso e prende appunti, se è proprio proprio foucaultiano)

Il fatto è che in Italia non sembrano essersene accorti in molti, ma
di Moda si può anche scrivere seriamente.
E qui potrei aver spiazzato qualcuno, quindi faccio un passo indietro:
di Moda si può anche scrivere (che è quell'attività che riempie lo spazio tra una foto e l'altra)


Insomma ci sarebbe tanto da dire su uno dei fenomeni più pervasivi -e invasivi- della nostra cultura: la moda chiama in causa le riflessioni sul corpo, sull'identità di genere, la sociologia, l'estetica, la psicologia, l'arte, il design, l'ecologia, la pubblicità, la politica, le subculture etc etc... Allora fa un pò sorridere (o innervosire) che proprio chi sta tanto ad osannarla sul suo blog, la riduca ad un poserismo che incarna i migliori clichés della donna bianca bourgeoise (dalla principessa alla suicide girl).


Si chiamano fashion blogger ma fanno le PR.

Immaginatevi se Socrate andasse a domandare alle fashion bloggers "che mestiere fai?" o "cos'è fashion?". Capirebbe subito che quelle manco sanno di non sapere di cosa stanno parlando. La maieutica socratica non può nulla contro la dialettica marzulliana della fashion blogger:

Ciao ragazzi,
come primo post ho pensato di scrivere qualcosa su me stessa. Ma quanto è difficile parlare di se stessi,senza essere noiosi e scontati! (...) quindi ,sapete cosa ho deciso di fare? Mi “auto-intervisterò”, chiedendomi tutto ciò che ho sempre desiderato mi chiedessero in una ipotetica intervista di moda.
D:perché un fashion blog?
R:oggi è il modo più veloce e diretto per far “sentire la propria voce”,in un mondo dove la concorrenza dal punto di vista giornalistico è spietata,e perché diventi automaticamente la “redattrice di te stessa”.
                                                                                [Ho citato dal blog 'affashionate' o qualcosa del genere.]
[le iniziali D e R stanno per domanda e risposta, commovente.]
[Il rosa è il mio tributo all'estetica barbie delle fashion blogger]

Ma non mi sognerei mai di addossare tutta la colpa allo star system o ai media mainstream, al marketing della moda o al target adolescenziale. Io me la prendo anche con l'Università del nostro paese, che ancora non sa dare spazio ai cultural studies, figuriamoci borse di dottorato per studiare la rappresentazione della donna nella pornografia, o l'evoluzione del lettering nei graffiti o ancora l'appropriazione culturale in atto nella moda (a meno che tu non sia raccomandato, in quel caso non ti serve nemmeno un progetto di ricerca).
Se non formiamo critici brillanti, ci ritroviamo con degli improvvisatori che fanno leva sul nostro lato più infantile -quello che posava davanti allo specchio con i vestititi della mamma e impiastricciato di rossetto. Se ci aggiungi che il nome famoso basta da solo a tirare avanti un blog sul nulla, ecco pronta la prima ricetta: una star vestita dallo sponsor che si fa gli autoscatti aggiungendo dritte sullo stile chiacchiere così insulse che in confronto la parrucchieria di Castel di Lama ti sembra un'aula della Normale di Pisa.
La seconda ricetta è 'w la democrazia della rete (e chi se la beve)': il modello aspirazionale della ragazzina che hai fatto emergere tu con i tuoi like (e che potevi quasi essere tu, se la ruota ti girava meglio). Molto meno costoso di una Scarlett ma ugualmente efficace per le vendite.


Apriamo gli occhi!


Mi trovate una fashion blogger nostrana che si interroghi su immagini come questa? 
Non credo serva un master in semiotica per capire che qui stanno agendo stereotipi etnoculturali e ideologie.. sarebbe interessante analizzarli, smascherarli invece di limitarsi a metterceli addosso il sabato sera, no?

O ancora: ci fosse qualcuna che mentre gioca a fare la punk con le creepers (ignorando i teddy boy), o la 'black' originaria di un'Africa creata dagli art director, ponesse ai suoi lettori quesiti come:                                                                                                                                          ?Cosa rimane di una subcultura quando viene fagocitata dal sistema della moda e quali aspetti resistono a questo tipo di appropriazione?                                                                                                                                 ?Cosa ci guadagna l'artigianato indonesiano quando l'alta moda gli prende in prestito fotte il design tessile del plaid?

[Se vi interessa questo modo di riflettere sulla moda vi rimando ad un interessante articolo di Minh-Ha T. Pham, una che il topic 'fashion' lo prende seriamente.]

Un fashion blog potrebbe interessarsi di teoria dei colori, o approfondire la ricerca sul design e i materiali, un altro soffermarsi sui modi di produzione dietro l'industria della moda... ma soprattutto fare un coolhunting che non sia un mero coolfollowing, o una selezione curatoriale che non avrebbe saputo fare anche una 16enne in fissa con pinterest.
E se di recensioni si tratta, allora che rispondano ai requisiti minimi di ogni recensione! Ma ve lo immaginate un blog di recensioni di cinema o letteratura che si risolvesse in una serie di sconclusionati consigli per gli acquisti? 

"Ragazze, questo film è assollutamente da non perdere, perché io l'ho davvero adorato!"
"Con quel libro sul comodino farete un figurone, parola di stylist!"
"e mi raccomando evitate i filosofi pessimisti che sono out e vi accentuano le occhiaie!"

Ora... io lo so perché i blog di moda li seguiamo anche se non dicono nulla... perché ci sono le figure! Allora vorrei tirare in ballo il concetto di Biblia pauperum per muovere una critica anche al pubblico del fashion blog made in italy: non ci possiamo far bastare narrazioni per immagini e stereotipi, perché non siamo analfabeti e niente ci impedisce il pensiero complesso. Chiediamo di più e magari un giorno avremo di più!

In fondo era qui che volevo andare a parare: consumo critico di fashion blog.
Con i blog di moda si può fare di meglio, ma noi come lettori dobbiamo farci più conscious e iniziare a pretenderlo.


domenica 21 ottobre 2012

ZEF

Zef secondo i Die Antwoord 
"Die antwoord are a fre$, futuristik, flame-throw-flow-freeking,
 zef, rap-rave krew from da dark dangerous depths of Afrika"

A quanto ho capito la parola zef è più o meno l'equivalente afrikaans di kitsch

I Die antwoord (in afrikaans: La risposta) sono un gruppo che ha decisamente saputo farsi notare. I tre (2 vocalist identificati e un produttore misterioso) vengono dal Sud Africa (un po' come tutti noi, visto che i nostri bis bis...bisnonni habilis e sapiens sapiens erano di lì). 

Quanto all'afrikaans (lingua in cui la band scrive, insieme all'inglese) è in un certo senso un pastiche linguistico che si è formato a partire da dialetti olandesi, il parto meticcio di un lungo processo di colonizzazioni.
La parola zef viene dalla contrazione di Ford Zephyr, l'auto più usata dalla classe operaia bianca tra gli anni '60 e '70 (per questo qualcuno la traduce con popolare o comune).
Ad ogni modo il termine, una volta preso in prestito dal gruppo, si è caricato di un'ulteriore valenza estetico-culturale, dando nome a un movimento, uno stile.
Zef is..
 Ninja: "South African slang term that describes a unique South African style which is modern and trashy and also includes out-of-date, discarded cultural and style elements"
Yolandi: "It's associated with people who soup their cars up and rock gold and shit. Zef is, you're poor but you're fancy. You're poor but you're sexy, you've got style."
Jack Parrow: "It's kind of like Posh, but the opposite of Posh"
un'ispirazione: la fotografia di Roger Ballen
Quello che colpisce dei Die antwoord non è (sol)tanto il genere musicale, quanto l'estetica nel suo complesso. Il loro zef è kitsch, freak,  pop, hip-hop, rave, street, hardcore, trash, fashion, horror, cartoon e chi più ne trova, più ne goda. 
I video sono davvero una componente essenziale dei loro brani, e infatti è il gruppo stesso a idearli.

Leon Botha (4 giugno 1986 - 5 giugno 2011)
In particolare Ninja non è solo un rapper e produttore attivo dal '95, ma anche un artista visivo. Ha codiretto molti dei videoclip, curando persino costumi, body painting e coreografie. Suoi anche graffiti e ambientazioni. Suo stretto collaboratore è stato l'artista connazionale L.E.O.N. (learning element of nature), presente anche nel video Enter the ninja, scomparso nel 2011 all'età "mentale" di 26 anni (era affetto dalla Progeria).
Evil boy




Cosa vi sembra questo zef? Banale postmoderno o un genuino local kitsch? Una controcultura o una montatura? Siamo così abituati al pubblicitario, che ormai tutto ci sembra fatto ad arte, artefatto. Ma certo è che il miscuglio (di culture, stili, lingue...) è la reale condizione contemporanea - del Sud Africa per motivi storici, ma anche di tutti noi che se non altro viviamo e ci nutriamo in rete.




Vi saluto con due riferimenti: 
1) Questa è l'opera che ha ispirato la scena della visita ginecologica di Lady Gaga in Fatty boom boomE` di un illustratore sudafricano, Anton Kannemeyer, anche lui non poco provocatore.


2) Visto che abbiamo già trattato di tatuaggi che hanno un senso (anche se poi questo blog viene trovato su google quando cerchi "tattoo ali d'angelo", che tristezza!) spendiamo due parole sui tatuaggi di Ninja. Guardatevi questo documentario sulla gang Numbers, girato in un carcere sudafricano. I tatuaggi del rapper ricalcano lo stile gangster (come se già non facesse abbastanza paura).


Piaciuto?

giovedì 27 settembre 2012

Boxer


Muay Thai by Alessia Mazza (www.alessiamazza.com)

 Vivo con 3 uomini, e lavoro con altri 3 uomini... Troppi boxer intorno a me! E zero coulotte.

 Non so quant'è che non vedo una piastra sul lavandino del bagno... Ma non è per questo che mi viene da pensare ai boxer. E` più perché sono un essere umano sprovvisto di pazienza,
 ed avrei tanto bisogno di tirare pugni.
Niente yoga: pugni. E calci.
 Quando penso alla boxe penso sempre a  Loic Wacquant, il sociologo boxer. L'ho ascoltato alla Sorbona un paio d'anni fa. Wacquant è un allievo di Bourdieu che, partito in America per le sue ricerche, si ritrova a fare il pugile semiprofessionista nel ghetto del South side a Chicago -magari gli intellettuali fossero tutti così!



Ad ogni modo "tra un ring e l'altro" Wacquant insegna a Berkeley eh. Il suo lavoro è davvero interessante, perciò vi lancio il sito come (s)punto di partenza. Oggi non faccio sociologia. Mi interessa solo il corpo che le mena, il corpo performante. Perché è bello!
Guardatevi gli scatti sulla boxe di Alessia, un'amica fotografa. Belli no?



Nonostante sia firmato Louis Vuitton (non proprio underground!) vi propongo un video tributo a Mohammed Ali.
Ali è impersonato nientepopodimeno che da Mos Def, accompagnato sul ring dal divino Shoe con un assaggio dei suoi calligraffiti.





RIFATEVI GLI OCCHI (Grazie Ale!)



PHOTOS by Alessia Mazza in collaboration with 2.8 Magazine http://www.dueeotto.com/
All rights reserved
muaythaiboxe.com 


lunedì 21 maggio 2012

La prigione del corpo

Rieccoci. Dopo lunga assenza. Con un argomento peso!

Spirale di merda umana, dal film Hunger

La tradizione occidentale ha pensato a lungo il corpo come prigione/tomba dell'anima. E la prigione del corpo? Qui è di quella che si parla -ma poi non è la stessa? Che significa il carcere per il corpo, se partiamo da una prospettiva complessa (se rifiutiamo innanzitutto il dualismo mente-corpo)?

 [L'ho già fatta troppo pesante?!]




Cominciamo da qui, dall'idea che non c'è un corpovuoto-hardware né una menteastratta-software, e cerchiamo di lasciar emergere un'unica realtà: l'organismoviventenelsuoambiente. 

 Bobby Sands (M. Fassbender) si rolla la Bibbia
Banalizziamo: io sono anche il mio mal di denti. Il disordine di casa mia influenza il mio stato d'animo. Se per camminare uso un bastone, il mondo per me comincia all'estremità del bastone. Generalizziamo: Da dove vengono i primi concetti? Percezione, sensazione... comincia tutto con un corpo (sistema nervoso etc) che interagisce con un ambiente - tutt'altro che inerte -.

[Qual è il punto?]

Un pò di tempo fa sono andata al cinema a vedere Hunger, l'opera prima di Steve McQueen (non quello Steve McQueen, un altro). Ecco il motivo di tutta sta pippa. Mi è piaciuto ASSAI, ma niente recensioni... lo prendo come spunto. In questo film ci sono corpi dentro le prigioni. L'avevo detto che facevo un post sulle prigioni

J. Beuys, I like America and America likes me, 1974
Cosa c'è dentro il carcere di Maze? Non solo corpi, ma idee, non solo pensieri ma escrementi e sangue. C'è l'eredita della body art, delle performance più dure, di quelle che ti risvegliano a schiaffi dal sonno percettivo - avete presente Marina Abramovic? O l'azionismo viennese o Gina Pane o...? Le coperte dei detenuti mi facevano pensare persino al feltro di Beuys. 
Ma dentro al carcere di Steve Mc Queen, come in ogni carcere che si rispetti, c'è anche Foucault, c'è il corpo come strumento del potere, strumento da piegare al potere, il corpo bersaglio, passivo. E c'è Il corpo come strumento di lotta e resistenza al potere, il corpo arma, attivo. Un dispositivo ben più complesso e raffinato di qualunque macchina da presa. 

[Bam Bam di manganelli...]


Io mi sentivo angosciata e oppressa, tutt'a un tratto ero a carne scoperta, dopo una giornata da mummia, e il cinema era diventato un pò il mio carcere. Empatia. Recenti studi neuroscientifici sembrano dimostrare che anche la percezione "indiretta" di una sensazione esperita da altri, determina l'attivazione in noi delle stesse strutture nervose (neuroni specchio) coinvolte nell'esperienza in prima persona. Non la facciamo lunga, facciamo un esempio: guardare Lord Bean che scrive. Comprendiamo e ci gustiamo (o soffriamo) le azioni degli altri, un pò perché le "riviviamo" in noi, anche a livello di attivazione neuronale. Ebbene, l'arte arriva sempre prima - il teatro sull'empatia ci si fonda, oserei dire.


Attraverso lo sguardo di Steve McQueen assistiamo alla Passione di questo Cristo, bello come un dio, e maledettamente bravo. Esploriamo il suo interno, le sue secrezioni, la superficie della sua pelle che documenta sofferenza e tenacia. Sciopero dell'igiene, sciopero della fame, agonia, morte. Arte del corpo o della mente?  


Il punto è... quando riesci a raccontare una storia vera in tutta la sua crudezza e nudità, facendo emergere al contempo un mondo simbolico così vasto, sullo sfondo di una così personale e, diciamolo, elegante visione estetica... allora devi proprio essere quello che chiamano un artista!
E bisogna farsi spettatori totali, per un'opera d'arte totale. Ricominciando, forse, dai sensi?

[Nelle prigioni italiane il suicidio è la prima causa di mortalità tra i detenuti. Anche qui il corpo ci parla e la dice lunga.]


venerdì 23 marzo 2012

Patate all'olio di ricino

Premessa:
Cari lettori di questo blog "situato" (donna, 26enne, gemella, ascolana, celiaca, ex fumatrice, 10 decimi divistaforsepiù, un pò sorda, estrazione piccolo borghese, taglia 40, genitori separati, atea, liceo scientifico, bologna, facoltà di filosofia, sinistra critica, fidanzata con un rapper, artisticamente frustrata, sesso regolare, copywriter di lavoro, caratteraccio, dermatite atopica...) ora sapete da quale inclinazione guardo, ma l'ideale a cui tendo come ad un asintoto è la comprensione: portare alla luce questioni, concetti, contesti (portarli alla luce, non dalla mia parte a tutti i costi!). Mi sta a cuore praticare domande, sempre più precise, sempre più a fondo. Non voglio fare ideologia, voglio fare filosofia. La ricerca filosofica, come la intendo io, verte sulla domanda, non sulla risposta. Imparare a domandare e cercare nuovi strumenti di analisi, critica, intervento. Foucault parlava di una scatola di attrezzi...

Cari "compagni ascolani", vi ho letto molto arrabbiati. Per chi non lo sapesse, il 25 Marzo nella mia città si terrà una mostra fotografica organizzata dall'associazione il Bolide (il cui nome è un omaggio all'estetica futurista) e da Casa Pound. La mostra si intitola "Ascoli città fascista". Provocazione riuscita perché si è già scatenato un putiferio. Ironia della sorte, ci sono anche reazioni fasciste: "fasci di merda, devono chiudere, non hanno diritto di esistere, devono morire, li ammazzerei".
Io sinceramente non l'ho presa così male, e raccolgo la sfida serenamente.
Con tutta la calma del mondo inizio valutando il titolo dell'esposizione fotografica (qui parla il copy): un head d'impatto, efficace, dalla forte presa. E furbo, perché non c'è dentro un giudizio di valore (se noi ce lo vediamo e ci agitiamo, allora è ancora più furbo). Non dice mica "Viva l'Ascoli fascista" o "la grande Ascoli fascista". E non è nemmeno campato per aria: sotto c'è un'immagine inequivocabile.
Perché ci manda ai matti? Forse per la semplificazione stigmatizzante, tipica di tanti titoli di giornale e telegiornale. Penso al quotidiano Libero (e pure alle info di cronaca sulle mail di libero.it! ). Titoli fatti per attirare l'attenzione, al bando il rigore o le sfumature. Titoli da pubblicità. Ma una mostra non è la sua locandina. Io mi aspetterei di trovarne, di sfumature, in una mostra, specie di carattere documentaristico. Ci andate voi a vederla per me? Mi dareste un occhio alle didascalie, a tutto l'apparato esplicativo? Mi chiedo: ci saranno interpretazioni storiche, analisi di dati, o invece propaganda? O provocazione fine a sé stessa? Usciti dalla mostra sapremo qualcosa in più del nostro passato? Avremo nuovi strumenti in mano?
Ma non posso non chiedermi anche: perché io a 26 anni non avevo mai visto una foto della mia piazza durante il ventennio? Ascoli era fascista e antifascista, come lo era l'Italia, ma il fascismo c'è stato, o sbaglio? Vogliamo rimuoverlo? Allora avrà ancora più potere, come ogni rimosso. Vogliamo bandirlo dall'ontologia, dall'esistente? E come si fa?! C'è chi vuole elogiarlo, chi rinnegarlo... cogliamo il pretesto per provare a capirlo. Conosciamolo questo fascismo, studiamolo, vivisezioniamolo.
Vi porto un esempio di un "antifascista" che la destra radicale l'ha studiata a fondo, tentando di riportarne tutti i chiaroscuri e i cambiamenti di stile, invece di bollarla in un cliché nero su nero. La testimonianza di Valerio Marchi,"sociologo, storico dei movimenti giovanili, militante antifascista, skinhead, ultrà della Roma, libraio e scrittore": parte 1, 2, 3 e 4.

P.S. In questo blog è attiva fin dal primo post la moderazione dei commenti, perché credo nella validità di questa forma di censura. Avete presente i comment idioti insulto-risposta su youtube o su facebook? Ecco, io sul mio blog non ce li voglio. Quindi sono benvenute le critiche, le risposte raziocinanti di destra etc etc (finora non ho mai cestinato un commento) ma se mi scrivete "sta tr**a non capisce un c***o", non vedrete comparire il vostro commento!

LOVE

sabato 3 marzo 2012

Pubblicità

Se non t'interessa la pubblicità, puoi sempre spegnere il pc e uscire in strada...peccato che te la ritrovi anche lì, e lì e lì...e meno ti accorgi della sua presenza, peggio è per te!!!

Pizza&Cocaina

My job... chevelodicoafarePRECARIO. Faccio il copywriter o coprywater, come mi piace dire (visto che di shit ne vedo tutti i giorni, e che il lavoro del gruppo creativo è, per cominciare, quello di "cagare idee"). La mia agenzia collabora con fotografi, web designer, modelli, stylist, registi etc, e fa un pò di tutto, dall'advertising al below the line, al cosiddetto marketing non convenzionale (guerrilla di qua, viral di là, tante chiacchiere e poche novità...).
S. Petronio spinge Yaris
 In questo preciso momento siamo alle prese con un nuovo pack per cibi pronti, gastronomia in vaschette, schifezze varie che io non posso mangiare perché c'è sempre il glutine. Dobbiamo anche trovare un nome per questa roba, come "4 salti in padella" o" that's amore" (magari!). Un nome che sia un mondo, azzeccato per quel prodotto e per chi lo comprerà.... insomma, forse si tira fino a tardi perchè toh, i tempi sono stretti (ma non ci addentriamo nel misterioso mondo degli account). Insomma visto che si tarda, e che domani è il mio compleanno, e che dopodomani lo rifesteggio... mi sono detta, scriviamo qualcosa ora. Magari l'arrovellamento che c'è dietro la pubblicità ha un che di interessante anche per voi ... non certo la giornata tipo, ma le giornate diverse.
DOGuerrilla
Tipo quella di ieri, su una jeep militare verso la campagna bolognese per girare un video demenziale per il web. Bel posto, bel sole e perfino una cantina con dell'ottimo vino (mai come i vini marchigiani, ma ci accontentiamo!).
Oppure quando si va in studio di registrazione a Milano, di fronte a un palazzo che ospita esposizioni a cui voglio sempre andare, senza mai poterlo fare. Mi piace guardare gli attori mentre speakerano frasi senza senso scritte da me, e spesso riviste brutalmente dal reparto marketing del cliente ( perché?? insondabile mistero del "vendi, vendi").

social media fai da te 
A proposito di radio, oggi, che non è più l'oggi di ieri (ho dovuto salvare il post in bozze) ho scritto degli spot radio a tema "profezia Maya"...una figata! Mi sono inventata un gramelot, un misto di ipoteticomaya, spagnolo e ripetizioni del marchio da pubblicizzare... si fa quel che si può! Non sarò più specifica su fatti, nomi, luoghi, clienti perchè non si fa, e perchè non si sa mai chi può arrivare a leggere: un blog è come un bagno pubblico che non si chiude.
Scusate se ho lasciato trapelare un pò il disgusto che provo verso certo marketing all'italiana... mi riappacifico con una riflessione positiva sulla pubblicità, non so di chi, né a che proposito. Arriva dal Messico, giratami da una cara amica che, leggendola, ha pensato a me (e forse a quanto mi lamento!). Non ve la traduco perché mi sembra a prova di google translate:

"La publicidad no es para cagones. Es para gente que se carga el equipo al hombro y se anima a equivocarse, intentando encontrar un camino menos transitado. La publicidad es para gente que se atreve a mirar las cosas desde un ángulo distinto. Para gente que no le gusta el orden establecido. Para gente que se atreve a patear el tablero. La publicidad es para gente que escribe y dibuja y filma y fotografía y sonoriza para que otras personas se muevan. Y prueben. Y cambien."

E allora vi linko anche un esempio di pubblicità come piace a Claire: Mr W


lunedì 13 febbraio 2012

IL TERZO TEMPO

Forza e coraggio. Lunedì, il giorno meno amato da quando si va all'asilo. La prima domanda di solito è: come è andato il week end? Vi racconto qualcosa del mio e vediamo se ne ricavo materiale da post.

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Sabato mattina. Neve a tutta, treni in ritardo... non ci penso due volte e mi butto dentro un frecciarossa a scrocco (con un biglietto intercity preso in offerta su internet). Salgo a bordo e mi ritrovo... nel mondo della tifoseria di Rugby! L'intero treno era stato prenotato per la partita Italia-Inghilterra: solo uomini, spirito goliardico, vino e birra a go-go, cappellini imbarazzanti e persino, protetta dagli steward, la Coppa Sei Nazioni. Ho salutato questi simpaticoni a Firenze, loro invece proseguivano per Roma. Così mentre mi dirigo verso Fiesole, piacevolmente sorpresa dal caso, mi metto a pensare al cosiddetto "terzo tempo".
Dopo i due tempi di gioco, a partita conclusa, nel rugby tradizione vuole che le due squadre passino questo ulteriore momento insieme, a bere e festeggiare. Dopo aver combattuto, e qualunque sia l'esito, ci si incontra e si sta insieme: in fondo era un gioco no? E se i giocatori hanno questo spirito, i tifosi non devono essere tanto diversi. L'Italia ha perso, ma scommetto che i miei compagni di treno non avranno perso la gioia di esser lì a veder giocare la propria nazionale.


Sarà la mia formazione filosofica, ma mi intriga questo terzo tempo. Il rugby ha un'anima dialettica? Tesi, antitesi, sintesi. Idea, natura, spirito. Soggettivo, oggettivo, assoluto.  Etc, etc, etc. Hegel, proprio tu, quanto mi manchi ora che scrivo slogan per occhiali da sole! Tre... è il numero perfetto, il numero che innesca il movimento e la comprensione. Che me ne faccio di opzioni binarie? Acceso-spento mi sa di zombie. Se il bidimensionale vi sembra piatto, provate a dargli volume: la terza dimensione. Come si dice... non c'è due senza tre. E le terzine? Il jazz!!! E il terzo atto a teatro, l'atto conclusivo che ricomprende i primi due e fa scattare l'applauso...

Et voilà, magia, dal rugby al teatro. Il motivo per cui sono andata a Firenze.
 
 3  3  3  3  3   3   3   3   3   3   3   3   3   3   3  3  3   3   3 

Una mia carissima amica di Parigi vuole metter su un atelier di teatro a Firenze. Per pubblicizzarlo prima dell'apertura, ha pensato di coinvolgermi in una lettura in doppia lingua. Abbiamo scelto un testo di Leslie Kaplan: Louise, elle est folle (Luisa è pazza). Un progetto, anche questo, in divenire. Il luogo che ospiterà l'atelier è un garage seminterrato -più underground di così... Vi terrò aggiornati, Louise si merita un post a parte ;-)

sabato 4 febbraio 2012

Postgraffitismo o graffiti al posto giusto?

"Nevica sempre, governo monotono!" Draghi Ribelli
[Parentesi che potete skippare: E' sabato, nevica che i Maya la mandano, e io devo ancora fare l'igloo (tradizione d'infanzia) perché il mio ragazzo non c'è questo week end. Nei miei piani, lui riempiva le cassette di neve per fare i mattoni, mentre io più che altro guardavo entusiasta ripetendo "dai così, che bello, facciamo l'igloo". Quindi niente igloo. Chiudo la parentesi neve con quest'ape inquietante che ho adottato per un pò, attirandomi gli insulti di tutti i colleghi, tranne Thzo: "Regaliamola ad un'associazione teatrale". Ma la sua filosofia sostenibile si scontrava con la neve esagerata e la mezzora di tempo, perciò il sogno è morto vicino ai cassonetti. R.I.P. apetta maledetta.]




Di che parla questo post? Che c'è sotto la coltre di neve? (sotto il "velo di Maya"?)


Trattasi di cazzeggio riflessivo. Questi giorni a Bolo c'era una mostra di street art. Ma non dovrebbe stare nelle streets, la street art? Sono d'accordo. Ma preciserei: dovrebbe stare nel suo ambiente, non necessariamente esterno. Nel post di capodanno vi ho mostrato una casa-museo del writing ascolano, che vede nascere le opere al suo interno e poi le ospita negli anni. Non solo non ne tradisce il significato originario, ma le creazioni risentono della sua atmosfera e ne traggono ispirazione. Ecco, la Corte Isolani invece non è affatto così, essendo una delle zone più 'belle' (leggi: borghesi e chic) di Bologna. Questo è il blog della mostra Tag indelebili, così vi fate la vostra idea (a scanso di equivoci, Patate&Cipolle non è un blog di recensioni). 
Sicuramente in questa mostra c'erano bei pezzi di artisti di talento...però se ci ripenso divento un pò triste. Perché il mondo dell'arte ufficiale ha fagocitato la street art (forse pure da una trentina d'anni), e gli artisti ne sembrano tutti contenti. Recitano a memoria le analisi interpretative della loro opera, utilizzando la stessa terminologia che usa la critica classica. In galleria non solo viene meno l'illegalità, parte fondamentale di questa cultura, ma si perde il contesto e quindi il senso di certe azioni e certi stili. E insomma, si va sempre più a braccetto col potere (sia esso rappresentato dai musei o dalle maisons di moda, dal design o dall'industria discografica).






E allora dove vanno a finire l'antagonismo, la controcultura? Con cosa ci ritroviamo? Lo chiamano postgraffitismo.
Miss Van all'Arte Fiera 2012






Come si fa a mantenere la spinta sovversiva, come impedire all'identità di sopprimere l'alterità?
Non lo so, mannaggia a me! Ci vorrebbe anzitutto un altro vocabolario per parlare di una cosa altra. E altre forme di esposizione, comunicazione. 
Il documentario "dal di dentro" mi sembra funzionare, perché è mimetico...e tra i luoghi d'esposizione che non rendono il pezzo un fake, mi vengono in mente i centri sociali... 


Poi ripenso alla casa del mio amico, e mi sembra quasi la dimora di un'utopia, un 'nessun luogo' che ha preso luogo. E mi torna il sorriso: quello sì che è il posto giusto per un pezzo di street art. Niente calici di champagne. Da bere te lo porti tu, i pennarelli li trovi già lì. Non solo non paghi per assistere alla performance degli artisti e niente è in vendita, ma potresti anche beccarti una pizza cotta su forno a legna, mentre quello di fianco a te ti racconta dell'ultimo treno che si è fatto. Trovato. Welcome home.


[Keep it real] 

domenica 29 gennaio 2012

EX VOTO

ArteFiera, Bologna, 29 Gennaio 2012

Un'installazione fatta di tanti "dettagli portanti", autonomi, che si rimandano il senso tra loro, bisbigliano e tessono insieme l'atmosfera. Una stanza di donna rovesciata sul muro: la memoria dei suoi bauli, i segreti dei suoi cassetti. Intimità, femminilità, ironia. E' Francesca Martinelli, classe 1978. La sua parete mi ha calamitato, anche perché è molto vicina alla mia sensibilità. Mi ricorda Annette Messager, artista che amo, e le collezioni di Frida Kahlo, la numero uno. Mi sento a casa nel suo mondo, non so voi. Guardateci meglio:
Cominciamo dal cuore con apparecchio ortodontico. Le ruberò l'idea, perché è da un pò che ho in mente di fare una scatoletta messicana con al centro il mio dente del giudizio. Ebbene sì, me l'hanno estratto integro lo scorso giugno, e ho visto bene di riportarlo a casa tutto insanguinato, per poi lavarlo nella varichina. Ora è bianco bianco, e aspetta solo di fare un figurone, con le sue radici giganti. Insomma mi sono detta, perché non aggiungerci anche l'apparecchio mobile di quando ero bambina? Potrei tentare di ricostruire la storia dei miei denti, o meglio la mia storia vista dai denti. In effetti ho avuto non pochi problemini, al punto che quello di perdere i denti, con tanto di gengive, è il mio incubo più ricorrente. Dicono porti male, ma io sono coraggiosa, e continuo a sognarli! 


Veniamo ora al cuore votivo d'argento [a destra, nell'immagine sopra].
Cosa sono gli ex voto? Mettiamo che io abbia un mal di denti terribile e stia per morire. Cosa faccio? Prego! E anche mio marito e  i miei figli pregano per me, mentre il dentista cerca di curarmi. Ora, io miracolosamente guarisco. Che faccio? Faccio un ex voto, cioè un tributo, un simbolo di ringraziamento per la grazia ricevuta (lo faccio fare, e lo porto nella mia chiesa, o nella meta di pellegrinaggio, e lì lo espongo). Sono soprattutto delle tavole, dei piccoli disegni su carta, che ritraggono il momento più brutto: nel mio caso il mal di denti, ma si va dai naufragi alle aggressioni, dai terremoti alla malattia. Ho trovato un paio di siti:
sito 1  sito 2 
Di sicuro i nostri nonni sanno bene di che si tratta. Anche in Messico ne ho visti tanti, Frida Kahlo li collezionava. I disegni sono fantastici, oltre ogni immaginazione, e il fatto che attingano al dato biografico, al dolore e alla paura, alle speranze e alla fede di tante donne e uomini nel corso della storia, me li rende di valore inestimabile. Voi che ne pensate?
A dirla tutta, nell'amore anche un pò di invidia per questo mondo passato, perché se a me capitasse un evento così grande, proprio non saprei chi ringraziare. 
Torniamo al nostro muro, al cassetto dei medicinali, ketamina compresa. Riporto le
 frasi sulla parete: Il vaticano è pieno di topi/Non cantarmi love me tender/Pentimento e turgore/ Anarchica mater natura/Twins siamese 4piedi+4mani+2teste +2vagine/Dove la volpe va a morire troverà il mio cuore infranto/Sono la figlia di briganti assassini fate e contadini/Il patriarca ha perso la testa per un tenero fanciullo imberbe lascia moglie e figli/la volontà del patriarca porta le stoviglie ai piedi/4 gocce di stramonio per non innamor*/specchio specchietto delle mie brame chi è la più bella del reame/3 gocce di ketamina per giacere con s.pietro/salasso tenue...
L'acqua bolle. Vi lascio. Cosa dipingereste sul vostro ex voto?


Post dedicato alla mia mamma che oggi era con me in Fiera.